“La disperazione non è raccontabile”

“Non è raccontabile la disperazione”: filo di voce appeso al filo di un rasoio che fende, offende, fa male e va.

E l’amore, sfinito, tagliato fuori dal chiassare abituale, non osa più affacciarsi al balcone.

Pugni serrati, tarpa ali e tapparelle pur di non sapere.

Hai presente un manicomio? Mani, amico mio, bendate dalla sofferenza – “Vedi di non toccare gli occhi, lo sguardo e i capelli!”. E l’amore, aggiungo, se no son guai…

Sai quando vomiti le budella dentro un secchio di plastica? E di quei fottuti battiti un istante prima, lo sai? Ecco, la disperazione è quella roba lì: inenarrabile perché stomachevolmente infinita.

Ma la poesia, ultimo merletto irriverente al mondo su cui s’intrecciano anima e cuore, uncina ogni piega della vita curando le piaghe con batuffoli di tenerezza.

Piglia, ad esempio, le ciglia: s’impigliano nelle ferite del buio, testa chinata a sud della solitudine. Poi, però, due dita a ceppo frenano spesso la rabbia, detergendo con versi sempre diversi il volto intero.

E la poesia – che sia un po’ o per chicchessia – tutto questo lo sa: traduce dall’oscuro all’illuminato.

No, amico mio, non è vetrina incalorita al neon, ma colore e calore stretti assieme.

C’è bisogno di occhiali da sole per scrivere una poesia!

Alda lo sa…

“La disperazione non è raccontabile”, mani giunte a supplicare pietà. Nubi carbone ad offuscare gli ultimi raggi di dignità rimasti.

Siringhe, pastiglie, corde: lacci a soffocare pensieri e nostalgia.

Poesia forse nata laggiù, forsennata ribellione ad una normalità studiata da fonendoscopi anormali.
Animali, chissà…

Il cuore sa anche questo: sorride ai miracoli e ad occhi chiusi osserva l’aurora scintillare timidamente dentro: è così.

Ed il cammino diventa spesso faticoso…

Ma tu conosci cime senza salita o sai di viaggi privi di scombussolamento?

No, “non è raccontabile la disperazione”, al limite la si può narrare più in là, quando con piuma e calamaio alleggerisci di poesia l’amore.

Sì, tutto questo Alda lo sa…

 

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