Alla contora, ora

Alla contora, i contadini riposavano chiappe e sudore sotto l’ultima quercia poco distante da quell’oceano di grano.

Le vacche, campanacci d’oro al collo, svegliavano il silenzio ogni tuffo brucato ingordo, mentre Gina canticchiava il solito amore sconosciuto ripulendo la stalla.

Un sole mai solo, tranne pochi minuscoli spruzzi di vapore al volto, rideva allegro dal penultimo pulpito prima di Dio e raggirava il vento con piume di pulcino incandescenti.

Nasi all’insù, Pietro, Giovanni e Paride gareggiavano col ricordo del motore dei due trattori rosso vergogna adolescente, parcheggiati stanchi – gli otto copertoni carbone tagliuzzato – a ridosso del fosso lungo la statale.

Come gli antichi Umbri risalii l’ombra della nostalgia, lasciata in disparte da Angela mia nonna nel pro-fondo di un cassetto del cuore dal profumo “Oddio, come quand’ero piccolo!…”, e trovai il coraggio d’amare il mare verde di colline, la mia vita, incatenato all’anima…

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